gli enimmi di turandot





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Un classico: il barbiere barbuto

Mio fratello fa l’elettricista ma in casa sua ancora non ha montato i lampadari.
Ho un amico che fa il cuoco ma a casa mangia solo scatolette (proprio scatolette, non il contenuto, dico).
Mio cugino invece fa il falegname, e la cucina se l’è costruita lui. Bella, devo dire.
Mia sorella è musicista, diplomata al conservatorio: in tromba, e non concludo la frase.

Ma in verità in verità son altri, i dubbi le ansie e le perplessità che mi incupiscono i pensieri: se il barbiere di un villaggio rade tutti e soli gli abitanti del villaggio che non si radono da soli, che fa? Si raderà da solo oppure no?

La soluzione ve la può dire solo Russell (Bertrand, non Crowe) (Almeno, per quel che ne so)

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Un enimma (ancora) irrisolto….

La Cri alle volte, così, forse per darsi un certo tono, si dà a letture impegnate. Ad esempio, ha da poco concluso le Lettres d’Amabed di Voltaire, un romanzo epistolare che narra la vicenda di una coppia di malcapitati indiani dell’India - Amabed e Adaté - che, raggirati da un padre domenicano in cerca di prede da convertire - le père Fa Tutto - finiscono prima nelle prigioni della Santa Inquisizione di Goa, colonia portoghese dell’ovest dell’India, e poi, dopo il loro appello alla Santa Sede, direttamente a Roma, alla corte di papa Leone X.

Giunge a questa corte, a un certo punto, nientemenoché il poeta Ariosto - impossibile imitarlo! Cionondimeno Amabed, il protagonista, riporta in una sua missiva al suo padre spirituale il bramino Shastasid, un terzina di messer Ludovico, poco lusinghieramente dedicata al clero, romano e non:

Non sa quel che sia amor, non sa che vaglia

la caritade, e quindi avvien che i frati

sono si ingorda e si crudel gentaglia

corredata della seguente traduzione, a suo dire, indiana:

Modermen sebar eso

la te ben sofa meso. 

Nell’edizione letta dalla Cri l’apparato critico, per quanto esteso e particolareggiato, non fornisce a riguardo alcuna soddisfazione, per ciò che concerne il significato di questo ultimo distico: si limita a sottolineare che questi versi, pur non avendo “nulla d’indiano, hanno sicuramente, per anagramma, un senso in francese o in italiano, ma non abbiamo saputo scoprirlo”.

Ecco!

No, dico, è forse questo il modo? Si trattano così gli ignari lettori? Ah no, no, no, no! La Cri protesta leoninamente, grrrrrrr!

Beh insomma, inutile dire che le ricerche in rete sono state infruttuose e deludenti. Se qualcuno avesse dei suggerimenti o dei guizzi di ingegno, si faccia vivo, e avrà eterna riconoscenza.

La soluzione, con tutta probabilità, non comparirà molto presto…

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